FER ZANNOL
MICROCOSMI DELL'INTIMO
A cura di Facundo Cagnetta
Le immagini di Fernanda Zannol nascono da un gesto di costruzione. Nulla è trovato: tutto è composto, organizzato, messo in scena.
L’artista realizza piccoli universi — scenari minimi, oggetti, frammenti — che esistono inizialmente come installazioni effimere. È solo attraverso la fotografia che questi mondi si fissano, diventando immagine.
In questo processo, il lavoro assume anche una dimensione più intima e profonda: a partire dalla recente perdita della madre, Zannol costruisce un corpus visivo che oscilla tra presenza e dissoluzione. La figura materna emerge come traccia intermittente, quasi spettrale — non come rappresentazione, ma come evocazione, come eco che attraversa lo spazio dell’immagine.
Lo studio materno, luogo carico di oggetti e memorie, diventa il punto di partenza di questa ricerca. Qui, tra vestigia e frammenti, l’artista attiva un dialogo tra ciò che è stato e ciò che ancora persiste, trasformando lo spazio in un territorio sospeso tra reale e immaginato.
I suoi lavori si muovono così in una zona ambigua, dove gli oggetti quotidiani — scarpe, superfici domestiche, elementi decorativi — vengono sottratti al loro contesto e ricollocati in scenari irreali. Ne emerge una narrazione muta, carica di tensione, in cui ogni elemento sembra custodire una storia non detta.
Piccole luci attraversano queste composizioni come presenze minime — quasi stelle nell’oscurità — suggerendo non una negazione del dolore, ma la possibilità di attraversarlo.
Zannol lavora sull’intimità come territorio di indagine: un’intimità che non si espone, ma si suggerisce. Le sue immagini non mostrano: insinuano. Non raccontano: trattengono.
Ed è proprio in questa sospensione che si apre uno spazio di introspezione, in cui lo spettatore è chiamato a riconoscere, nelle immagini, qualcosa della propria esperienza emotiva.